Robert Sheckley, compianto autore di fantascienza scomparso nel 2005, rilasciò un’intervista tanto, forse troppo tempo fa, per una raccolta di racconti di autori vari edita da Longanesi. Tema: ovviamente la fantascienza.

La fantascienza è liberale, ma difficilmente rivoluzionaria. Usa spesso gergo scientifico, ma non è scienza. Quando vuol fare della letteratura, diventa spesso stucchevole.

Con queste parole, uno degli autori più importanti e famosi del genere sembra prendere un grande distacco da ciò che è stato il suo pane quotidiano per un’intera vita. I toni aspri e duri, con i quali Sheckley definisce il genere, potrebbero far vacillare i fan dello scrittore, ma nascondono un significato più profondo.
L’autore, noto in Italia soprattutto per il suo racconto La Settima vittima, dal quale Elio Petri ha tratto un film con protagonista Mastroianni dal titolo La Decima Vittima (a breve una recensione), spiega in breve il perché delle sue parole.

Sono soltanto realistico, sto confrontando la fantascienza con quello che immagino potrebbe essere, ma rispetto a categorie affini, come per esempio i gialli, la fantascienza è avanti di cento anni. Eppure non riesce a star dietro alle pretese; quel genere di esperimento che la fantascienza pretende di fare non è mai stato concluso.

Sheckley mette l’attenzione su qualcosa che riguarda l’intero mondo della scrittura, non solo il suo genere. C’è gente che pubblica e gente che scrive.
Il 1953, a detta di molti, è stato l’anno d’oro della fantascienza. Dopo e per molto tempo, ancora oggi, tutto ciò che è stato pubblicato è una rivisitazione di quello che l’uomo scriveva negli anni 50′. La fantascienza umana è forse stata sostituita da quella materiale, ma non ha perso i suoi connotati.
Le pretese, però, sono cambiate; il mondo ci mette a disposizione ciò che prima sembrava irrealizzabile, ed evadere dalla realtà (condizione apparentemente insita nel genere umano) non ha bisogno della scienza. Così come non pretende la fantascienza.

Ma cosa intende Sheckley per pretesa?

L’autore risponde così: Il suo più grande sbaglio è che continua a mantenere le stesse illusioni, ormai morte.

Gli anni che ho definito come il periodo d’oro della fantascienza mettevano in evidenza un fatto: tutto ciò che vedevo a schermo, che leggevo su libri e riviste, tutte quelle illusioni, potevano essere vere. La sempre maggiore divisione della società in piccoli gruppi, le nuove tecnologie che avrebbero migliorato le nostre vite, e addirittura il controllo sempre più intenso dei governi, sarebbero potute accadere; forse stavano già accadendo.
Ma una volta successo, una volta ridotto il tutto a poche e semplici definizioni dalle mille sfaccettature, l’illusione è scomparsa per sempre.

Così come lo scorrere della vita ci pone davanti a un’infinita possibilità esplorativa, allo stesso tempo il suo ciclo ci porta a vedere tutto come qualcosa che è stato, che forse cambierà ma del quale non saremo più protagonisti.

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Oggi, questo tipo di letteratura non esiste più; ha perso la sua dimensione umana e mentale. È un piacere per gli occhi e per le orecchie, ma non ci dà più illusioni, si spinge troppo in là; il futuro che descrive è allo stesso tempo statico ma raggiungibile, non da noi, che abbiamo già fatto nostro un altro futuro: quello più prevedibile, poiché naturale evoluzione dei fattori umani.

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