In Italia la figura di Robert Sheckley è nota ai più, anche a chi non è propriamente appassionato del genere, grazie al film diretto da Elio Petri dal titolo La decima vittima.

Nonostante le differenze tra la pellicola del 1965 e il racconto dello scrittore americano da cui è tratta (La Settima Vittima) siano tante, alla base c’è una filosofia comune: l’essere umano sente la necessità di uccidere?
Siamo nel dopoguerra, è vero (il racconto di Sheckley è del ’53), la popolazione ancora si riprendeva dai postumi di una battaglia che aveva lasciato troppe vittime; ma siamo anche negli anni di un rinnovo economico e sociale senza precedenti, capace di spezzare in due la modernità con il passato.
Allora c’è da chiedersi se ancora potesse esistere un bisogno che forse, dico forse, ha accompagnato l’uomo sin dall’infanzia della sua specie. Ma procediamo con ordine.

L’antefatto

 

Perché controllare le nascite se possiamo aumentare le morti?

A farla da protagonista, sia nel racconto che nel film, è la grande caccia. Una valvola di sfogo voluta da tutti i governi mondiali per consentire all’uomo di soddisfare uno dei suoi bisogni primari: l’uccisione. Un’altra guerra, infatti, porterebbe di certo all’estinzione dei pochi esponenti della razza umana rimasti.image_book

Allora chi vuole può iscriversi al gioco e diventare cacciatore e vittima. Un computer assegna i ruoli e fornisce a chi deve cacciare alcune informazioni per localizzare la sua preda. Quest’ultima, invece, non sa chi è il suo cacciatore; riceve solo una notifica per il suo ruolo di vittima.
Tutti i partecipanti passeranno dall’essere cacciatori all’essere prede e, per sopravvivere, dovranno necessariamente uccidere il loro avversario.
Chi riuscirà a farla franca per dieci volte entrerà nell’esclusivo club della decina. Denaro, fama e… sconti agevolati.

Differenze e analogie tra pellicola e racconto

L’adattamento cinematografico di Elio Petri va ben oltre i contenuti racchiusi nelle poche pagine di cui è composto il racconto di Sheckley. D’altronde le menti geniali di Tonino Guerra e Ennio Flaiano (gli sceneggiatori) non potevano non dar vita a un miscuglio chimico sorprendente. Il finale, poi, è del tutto diverso nelle due versioni.
C’è però qualcosa nel film di Petri che sembra evidente fin dall’inizio, e che dona quel tocco distopico che forse Sheckley non è riuscito a sottolineare nel suo scritto: qualunque sia la tecnologia futura, sarà la società a decretarne usi e sfruttamenti. Saranno sempre gli uomini a selezionare, nel mare di possibilità offerte dal mondo, le loro valvole di sfogo, i cambiamenti della loro società, e non il contrario.
La tecnologia, ossia l’utilizzo estremo di elementi presenti in natura, non evolve, ma cambia; prende la direzione che noi scegliamo.
Ecco che un computer non ha più i mille scopi per cui siamo abituati ad usarlo oggi, ma serve solo a selezionare due giocatori. Ecco che un poliziotto non assolve più il compito di mantenere la giustizia, ma solo di consigliare alla vittima il modo migliore per uccidere il suo cacciatore, dopo averla aiutata ad identificarlo.

È davvero possibile?

Si verificherà mai, in un futuro, l’ipotesi di passeggiare per strada, vedere un uomo armato inseguire e uccidere un’altra persona e non provare il minimo interesse per la cosa? Succederà mai di vedere un poliziotto applaudire un cacciatore per la spettacolarità della sua uccisione? Forse. Forse succede già.
Sia nel film che nel racconto l’indifferenza generale di tutti nei confronti di tutto è un sottofondo musicale senza fine. Sia Ursula Andress che Marcello Mastroianni cercano di trovare qualcosa di interessante da fare, sia questo uno show televisivo messo in piedi per uccidere una vittima davanti a milioni di spettatori, sia esso il semplice venerare un tramonto e convincere gli altri a piangere per il sole che sta scomparendo.

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E poi c’è sempre lui, il Dio Denaro. La grande caccia è un modo per fare soldi; le grandi aziende progettano e vendono strumenti di localizzazione e di difesa sempre più sofisticati. Perché? Perché si adattano alle mode dell’uomo, non le creano.

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